L’estate sta finendo e, scusate, io sono depresso perché come accade sempre all’inizio dell’autunno cadono le foglie e fioriscono le scemate sul calcio, rendendo insopportabile la lettura dei quotidiani. I giornali si riempiono di articoli di cronisti sportivi che credono di essere poeti (è una malattia nazionale degli scrittori di calcio: dimenticano le notizie -chissenefrega delle notizie, meglio frasi senza senso, senza logica, senza contenuti, senza virgole, fa tanto Vittorio Sereni). Le televisioni ricominciano a trasmettere le smorfie e i balletti dei goleador che hanno fatto il loro dovere, cioè hanno segnato un goal (è come se il cassiere della banca, constatato che ha contato esattamente il tuo versamento, si mettesse a fare le piroette). Le immagini di creste di capelli, di sbaciucchiamenti fra attaccanti, fanno a lotta per crearsi spazi fra telecronache cronache piene di “tocca palla” e “ripartenza” (quasi quasi rimpiango “la squadra superiore sia dal punto di vista tecnico che agonistico”). E poi tocca pure scandalizzarsi perché quattro rincitrulliti delle curve fanno buuu a un miliardario nero. Passerà. E poi i giornali pubblicano anche notizie con le quali consolarsi. Per esempio il litigio twitter fra la falca Daniela e la colomba Maurizio (mi fa sempre impressione definire colomba il grande Gasparri). Non morirò per il Twiga, dice la colomba. Non morirà nemmeno di troppo lavoro, ribatte la falca. E noi, se loro continuano così, non moriremo di noia.

[csf ::: 17:29] [Commenti]
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Un po’ di autobriografia. Ho cominciato come giornalista sportivo perché mio padre era un giornalista sportivo. Famoso. E lui mi faceva vivere nell’ambiente dello sport, fra mondiali, giri, Olimpiadi. Ero piccolo quando vidi Vladimir Kuts battere il record dei 5 mila all’Olimpico. Ero a Reims quando Baldini vinse i mondiali di ciclismo (correva ancora Coppi). Avevo 8 anni quando la mia famiglia si trasferì a Cortina d’Ampezzo perché mio padre lavorava nell’organizzazione. Da allora un’Olimpiade dietro l’altra, Roma, Grenoble, Monaco, Innsbruck, Seul. Con un sempre maggior disamore per lo sport. Perché mio padre mi aveva insegnato che l’importante era partecipare, non vincere (a questo ci credevo poco perché avevo un notevole spirito agonistico, anche se avevo la deplorevole abitudine di arrivare sempre ultimo). Ma soprattutto mi aveva insegnato che esistevano i dilettanti e i professionisti. E che alle Olimpiadi partecipavano i dilettanti. E che il dilettante che mostrava una marca di scarponi veniva squalificato. D’accordo, il mondo va avanti e chissenefrega. Ma mi è venuto in mente mio padre quando ho letto che Federica Pellegrini aveva piantato una grana perché le sue medaglie d’oro non erano state “valutate” a sufficienza. E che la Filippi, che aveva vinto meno di lei, era stata “pagata” più di lei. Che cosa avrebbe pensato mio padre? Mah. Che cosa si può pensare di persone che guadagnano, grazie agli sponsor, un paio di milioni di euro e si lamentano per qualche spicciolo?

[csf ::: 09:04] [Commenti]
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Manifestazione in via del Plebiscito per consolare Silvio Berlusconi condannato anche dalla Cassazione. I suoi amici, i suoi parlamentari, i suo familiari, i suoi fans si danno appuntamento sotto le finestre di palazzo Grazioli, abitazione romana del leader del Pdl, per acclamarlo, cantargli l’inno di Forza Italia e urlare Silvio Silvio. Tutte cose normalissime in un paese democratico e libero. E infatti mille persone, diciamo due mila, arrivano, cantano, urlano slogan, applaudono circondando il palco eretto davanti alla casa di Silvio. Peccato che il palco fosse abusivo perché nessuno aveva chiesto l’autorizzazione. Peccato che per erigerlo gli uomini di Berlusconi abbiano segato un palo di segnaletica stradale. Il Campidoglio fa sapere di non aver mai autorizzato l’erezione del palco e di considerare grave l’eliminazione del palo. Seguiranno provvedimenti e multe. Ed è subito polemica. Per fortuna interviene Fabrizio Cicchitto, uno degli uomini di spicco del Pdl. All’inizio si tiene sul vago parlando di polemiche di stampo burocratico. Ma poi entra nel merito. Tutti aspettano che spieghi che il permesso è stato richiesto. Che il palo non è stato toccato. No, Cicchitto dice: “Il sindaco Marino è un cretino”. Questo livello culturale fu raggiunto solo durante il fascismo. Cicchitto è l’uomo che tutti ricordano soprattutto perché il suo nome è stato trovato nella lista della P2. Devo aggiungere altro? D’accordo, mi porto avanti col programma. Sono un cretino.

[csf ::: 06:40] [Commenti]
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