Qualche settimana fa il grande capo americano della squadra di calcio della Roma, James Pallotta, lanciò una proposta, forse un po’ provocatoria, di far disputare una partita di calcio (Roma-Real Madrid? Roma-Bayern? Roma-Barcellona?) dentro al Colosseo. Idea balzana? “« So quanto siano pazzi i tifosi romanisti, ma sono preparato: voi non sapete quanto sono pazzo io », aveva già avvertito un paio di anni or sono. Il Colosseo aperto ai campioni del calcio. Partita trasmessa in pay-per-view in tutto il mondo. 300 milioni di spettatori che potrebbero pagare 25 dollari l’uno. Incasso stratosferico, roba da 10 miliardi di euro da dedicare al restauro dei monumenti di Roma. E’ intervenuto subito Dario Franceschini, ministro per i beni Culturali e per il Turismo, con sufficienza: “Non scherziamo”. Poi qualche giorno dopo ha detto: “Sono assolutamente convinto che con una intelligente ricostruzione dell’arena il Colosseo diventerebbe molto ma molto più attraente”. Sembrava un’apertura alla pazza idea di James Pallotta. No. Il Colosseo potrebbe essere aperto al pubblico per show di tutt’altro tipo. Musica classica, dramma antico, opera. Roba colta, spettacoli intelligenti, mica quelle schifezze delle partite di calcio. Razzismo culturale? Forse un po’. Il calcio non è cultura, l’Aida sì. Qualcuno avrebbe però potuto ricordare al ministro che l’Anfiteatro Flavio era stato costruito mica per gli intellettuali. Era destinato alla gente del popolo, robetta fine come le lotte fra gladiatori e i leoni. Era il circo di quei tempi, non la Carnagie Hall.

[csf ::: 19:13] [Commenti]
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