Ci sono parole antipatiche. Al momento la parola che mi è più antipatica è selfie. Una volta esisteva l’autoscatto. Era una cerimonia complessa, divertente ed anche un po’ commovente. Si cominciava cercando un luogo sul quale posare la macchina fotografica. Poi ci si metteva in posa, tutti tranne la persona incaricata di mettere in moto il clic finale. La persona incaricata studiava l’inquadratura, si contorceva cercando di guardare dentro il mirino, dava un’ultima sistemata alla macchina e poi schiacciava il pirolino che metteva in moto il contatore. La macchina cominciava ad emettere una vibrazione per tutto il tempo che consentiva all’operatore di correre verso il gruppo e sistemarsi in mezzo a loro spingendo a destra e a sinistra. A quel punto tutti sorridevano aspettando il clic definitivo. Finiva con una grande risata. Era più divertente l’operazione in sé che il risultato finale. Oggi ci sono gli smart phone. La novità non è tanto quella tecnica (è eliminata la corsetta, si fa tutto tendendo in avanti la mano) ma è quella sociologica. Guardate il sorriso. La foto con l’autoscatto causava sorrisi speranzosi, di attesa, era una foto destinata al futuro. Il selfie causa sorrisi ebeti, da deficienti. Spesso sguaiati. A volte penso di essere un inguaribile conservatore, uno che vorrebbe congelare il passato. Ma avete notato che nessuno chiede più un autografo? Tutti vogliono il selfie. Con l’autografo ti portavi a casa un pezzo del tuo idolo. Col selfie te lo porti a casa quasi tutto.

[csf ::: 09:46] [Commenti]
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