Spesso ho delle convinzioni certe che si tramutano in un batter d’occhio nelle certezze contrarie. Vi faccio un esempio su tutti: capita che persone che si sono comportate male, ma proprio tanto male, vengano invitate a parlare, a dire la loro. Problema: l’assassino può salire in cattedra e spiegare perché l’ha fatto? Un evasore totale può raccontare come si fa a scomparire agli occhi del fisco? Uno spacciatore di eroina può spiegare che non si sarebbe mai ridotto così se non avesse avuto una gioventù orrenda? Proprio in questi giorni ci sono state molte polemiche sull’invito rivolto dalla scuola di magistratura a due ex-terroristi , Adriana Faranda e Franco Bonisoli, perché partecipassero ad un corso di formazione per i giudici sulla giustizia riparativa. Di primo acchito viene in mente anche a me, come è venuto in mente a molti autorevoli magistrati e a molti parenti delle vittime, che non è molto opportuno far parlare gente che ha ucciso a sangue freddo, in nome di una folle utopia e di una ideologia spietata, gente innocente e spesso ignara. Ma poi penso che sapere è meglio che chiudere gli occhi, che tutti, anche i mostri più mostri, hanno qualcosa che vale la pena ascoltare, che il perdono è la trave portante di una religione che va per la maggiore in Italia, che guardare al futuro è più intelligente e più utile che incaponirsi a guardare solo al passato. E allora penso che io sarei andato volentieri ad ascoltare Faranda e Bonisoli. Ascoltare, non simpatizzare.

[csf ::: 08:53] [Commenti]
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