Il dibattito è aperto: non si può bruciare nessun libro, nemmeno un libro brutto o pericoloso. Bruciare un libro è un atto violento che simbolicamente nega a qualcuno il diritto di esprimersi cancellando traccia del suo pensiero. E via con Voltaire. “Io non sono d’accordo con quello che dici, ma sono disposto a dare la vita, perché tu possa esprimere il tuo pensiero” . Va benissimo. Non si brucia il pensiero altrui. Il tema è succulento e si sa dove si comincia ma non si sa dove si finisce. Porte spalancate al luogo comune, all’enunciazione di sicurezze, al politicamente corretto. Facile fare bella figura. Quello che ha bruciato il libro di Augias è un pirlotto, ma veramente non aveva il diritto di bruciare il libro di Augias? Voi sapete che a me piace coltivare il dubbio. E che mi piacciono le contraddizioni. Quindi, pronti via. Gli intellettuali della sinistra si sarebbero scandalizzati se il pirlotto avesse bruciato Mein Kampf? Ve lo dico io: no. Voltaire avrebbe detto: “Io non sono d’accordo con quello che Adolf Hitler dice, ma sono disposto a dare la vita perché possa esprimere il suo pensiero”? Ve lo dico io: no. Quando si enuncia un principio categorico bisogna essere disposto ad andare fino in fondo. Il libro gode di un extra diritto? No. Molti Stati ancora oggi mandano al rogo libri. Quelli che negano l’olocausto, per esempio. E mandano in galera i loro autori. Una cosa è certa. L’indignazione è un prodotto di largo consumo. Ed ognuno la usa come vuole.

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